Manovra finanziaria: il mio intervento in Aula alla Camera

Nel 2008-2009 l’Italia ha sofferto la peggiore recessione del dopoguerra.
Il PIL è crollato del 6,3%, a fronte di una riduzione del 3,5% nella Zona Euro e del 2% negli USA.
Tra il II trimestre 2008 e il I trimestre 2010 sono andati persi 823 mila posti di lavoro. Nello stesso periodo il tasso di disoccupazione è salito dal 6,7% al 9,1%. Se ai disoccupati ufficiali aggiungiamo 625 mila lavoratori in CIG, il tasso di disoccupazione “allargato” sale all’11,6%. Per i giovani il dato è ancora più drammatico: 28,8%. Un’intera generazione di ragazzi e ragazze è stata duramente colpita dalla crisi: con la recessione i giovani lavoratori precari sono stati i primi ad essere lasciati a casa e saranno probabilmente gli ultimi a beneficiare della ripresa.

Tra il 2007 e il 2009 i conti pubblici sono nettamente peggiorati: in rapporto al PIL il deficit è passato dall’1,5% al 5,3% (record dal 1996), mentre il debito pubblico ha toccato il 115,8% (record dal 1997), il livello più alto d’Europa dopo la Grecia.
Le previsioni più autorevoli ci dicono che tra il 2010 e il 2011 la ripresa in Italia sarà modesta: +2% secondo il FMI, contro +2,3% della Zona Euro e +6,3% degli Stati Uniti.
I dati, in definitiva, ci dicono che tra i grandi Paesi avanzati l’Italia è quello in cui l’economia è crollata di più e quello che la ripresa sarà più lenta.

Il problema del nostro Paese, dunque, non è solo la finanza pubblica, ma in primo luogo la crescita e l’equità sociale.
La manovra messa in atto dal Governo era annunciata da mesi. Non in televisione, ma nei documenti di finanza pubblica, a partire dalla Relazione Unificata (RUEF) di inizio maggio. Con la crisi greca il ministro Tremonti ha colto la palla al balzo, giustificando con la turbolenza finanziaria della Zona Euro l’anticipo a fine maggio di una manovra economica netta che ammonta, complessivamente, a 12,1 miliardi nel 2011 e 25,1 nel 2012.

Noi riteniamo questa manovra inadeguata in rapporto ai problemi che l’Italia ha di fronte e iniqua per il suo impatto sociale.
C’è una prima riflessione da fare. Riguarda l’opportunità da parte dei Paesi europei di mettere in atto simultaneamente le manovre restrittive annunciate nelle scorse settimane.
E’ vero: la Zona Euro è stata colpita da una tempesta speculativa violenta e pericolosa, che ha fatto leva sull’asimmetria di una unione monetaria priva di una politica fiscale comune.
Ma una strategia di uscita così rapida dalle politiche di stimolo dell’economia rischia di compromettere una ripresa già fragile e modesta. E non basterà certo la svalutazione dell’Euro a controbilanciare le politiche restrittive messe in campo in queste settimane.
Questa riflessione vale a maggior ragione per l’Italia. Per mesi il Governo ha raccontato agli italiani prima che la crisi non esisteva, poi che era psicologica, più tardi che era ormai alle nostre spalle.
Con il decreto 78 il Governo ha cambiato bruscamente linea, drammatizzando la situazione dei nostri conti pubblici.
L’ultimo atto di questa politica contraddittoria è una manovra quasi totalmente concentrata sulla correzione dei conti pubblici, a cui va il 70% delle risorse nel 2011 e addirittura il 92% nel 2012.
C’è una sola parola che domina la manovra: rigore, rigore e ancora rigore. Ma, purtroppo, è un rigore con forti margini di dubbio.

Le maggiori entrate rappresentano il 58% della manovra netta nel 2011 (7 miliardi) e il 45% nel 2012 (11,2 miliardi). In gran parte derivano dalla lotta all’evasione fiscale: 5,3 miliardi nel 2011 che diventano 7,8 nel 2012 e 7 nel 2013.

Sono tre gli ordini di problemi connessi a queste misure.
Primo. L’intervento è tardivo e poco credibile, visto che proviene da un Governo che appena insediato ha cancellato tutte o quasi le norme anti-evasione messe in atto dall’esecutivo precedente, e che pochi mesi fa ha varato con lo Scudo fiscale il condono più generoso d’Europa per gli esportatori di capitali all’estero.
Secondo. Sarebbe buona norma non conteggiare ex ante queste maggiori entrate, perché i margini di aleatorietà delle stime sono molto elevati. Da due anni si è preso questo andazzo, ma i rischi di sovrastimare le entrate – come sottolinea anche la Corte dei Conti – sono notevoli.
Terzo. Anche se le stime governative venissero confermate, stiamo comunque parlando di un complesso di interventi che dovrebbe portare nelle casse dello Stato una punta massima di 7,8 miliardi nel 2012. Bene, secondo le stime de Il Sole 24 Ore tra il 2007 e il 2009 l’evasione fiscale e contributiva è aumentata da 100 a 118 miliardi di euro. Con il decreto, dunque, il governo promette di recuperare meno della metà dei 18 miliardi di maggiore evasione registrata da quando Berlusconi è tornato al governo.

Quanto alle uscite, il punto più critico sono i tagli lineari al bilancio dello Stato, che dovrebbero produrre risparmi per 1,4 miliardi nel 2011, 2,1 nel 2012 e 2,7 nel 2013.
In questo caso, siamo in presenza di una coazione a ripetere che non tiene conto di ciò che ci ricorda la Corte dei Conti: “gli esiti di questi tentativi sono stati spesso deludenti, risolvendosi per lo più o in slittamenti nel tempo di pagamenti o nell’adozione di atti di riconoscimento di debito”. 
Con la manovra dell’estate 2008, quella che doveva “mettere in sicurezza” i conti del Paese, il Governo aveva programmato di contenere l’aumento della spesa primaria corrente tra il 2008 e il 2009 in 13,8 miliardi, grazie ai tagli lineari messi in atto anche allora.
A conti fatti, l’incremento è stato di 26,7 miliardi: 12,9 miliardi in più, di cui solo 3,6 miliardi dovuti alle misure anti-crisi decise tra il 2008 e il 2009.
Poiché lo schema è cambiato di poco, vi è il forte rischio che la storia si ripeta anche con questo decreto.

Nella manovra non c’è nulla o quasi per accelerare la ripresa dell’economia. Anzi, le misure del decreto avranno nel complesso un effetto recessivo, provocando una riduzione del PIL che va dallo 0,4% stimato dal Governo allo 0,8% previsto dal Centro Studi Confindustria.
Il decreto non mette in campo alcuna riforma strutturale tesa ad aumentare il potenziale di crescita dell’economia. Anzi, in molti casi si va in direzione contraria. Due esempi:
1. le norme sul pubblico impiego, con il blocco delle retribuzioni nel triennio 2011-2013 uguale per tutti a prescindere dal merito individuale, equivalgono alla morte della riforma Brunetta della pubblica amministrazione.
2. l’articolo 45, che cancella l’obbligo di ritiro dei certificati verdi, mette una pesante zeppa sulle possibilità di crescita dell’Economia Verde. Mentre le altre economie avanzate investono e scommettono sul risparmio energetico e le fonti rinnovabili, in Italia il governo smantella uno dopo l’altro gli incentivi decisi tra il 2006 e il 2007 dall’esecutivo precedente.

Nella manovra, infine, non c’è nulla che vada verso una maggiore equità sociale. Non c’è alcuna riforma degli ammortizzatori sociali ed è assente il rifinanziamento della Cassa integrazione in deroga.
Le risorse per la sanità sono tagliate di 846 milioni nel 2011 e 1.228 nel 2012. I pesanti tagli agli enti locali e alle regioni comprometteranno la funzionalità di servizi pubblici essenziali.
La manovra interviene sulla disabilità non per iniziare ad affrontare il dramma della non autosufficienza, ma in un’ottica di limitazione delle prestazioni sociali. Il governo aveva provato a limitare l’accesso alle indennità per invalidità, ma è stato costretto a tornare indietro. Rimane invece l’intervento sugli insegnanti di sostegno, che rappresenta una delle misure meno condivisibili di questa manovra.
Il taglio del 50% delle spese per lavoro flessibile nella PA porterà al licenziamento di migliaia e migliaia di lavoratori precari. E l’elenco potrebbe continuare.

Insomma, il mix di interventi della manovra risponde solamente ad obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica, e spesso lo fa anche male. Mancano del tutto le due altre priorità per il Paese: sviluppo ed equità sociale.

Il secondo terreno critico della manovra riguarda il suo impatto sociale.
Il costo del riequilibrio verrà pagato sicuramente dai dipendenti pubblici, da chi deve andare in pensione e da chi utilizza una serie di servizi pubblici essenziali. Verrà forse pagato da una parte di chi evade tasse e contributi.
Non verrà pagato per nulla dalla parte più abbiente del Paese.
Nel Paese più diseguale d’Europa, in cui il 10 per cento delle famiglie più benestanti possiede quasi il 45 per cento della ricchezza, nel Paese che l’OCSE paragona agli Stati Uniti per livello di disuguaglianza, chi sta meglio non darà un euro per contribuire a questa manovra.
E’ una logica non solo ingiusta e inaccettabile, ma anche fuori linea rispetto a quanto stanno facendo gli altri Paesi europei, tra patrimoniali e aumenti di imposizione per i contribuenti più ricchi.

Infine, vi è un terzo ordine di problemi legati alla distribuzione dei sacrifici per livello istituzionale.
“Se resta così com’è questa Finanziaria è tutt’altro che federalista, ma soprattutto lascia intatti gli sprechi dell’Italia tagliando importanti servizi ai cittadini.”
«E’ come se si prendesse un figlio e si caricasse su quel figlio l’intero carico della manovra. Siamo in presenza di un padre sciamannato, che ha accumulato debito pubblico, mentre il figlio virtuoso viene punito. La manovra va cambiata e penso che la ragione politica lo suggerirà».

Queste parole non sono state pronunciate da esponenti dell’opposizione. Sono, rispettivamente, di Attilio Fontana (sindaco leghista di Varese) e di Roberto Formigoni (presidente PDL della Regione Lombardia).
Tra il 2007 e il 2009 il deficit delle AP è peggiorato dall’1,5% al 5,3% del PIL (+3,8%). Di questi, ben 2,7% derivano dalle Amministrazioni centrali e solo 0,3% dalle Amministrazioni locali.

Il peggioramento dei conti pubblici ha origine a Roma, non negli enti territoriali.
Nel 2009 le Amministrazioni locali hanno gestito il 12,3% della spesa primaria al netto della sanità. Il debito pubblico di Comuni, Province e Regioni è pari ad appena il 5,6% del debito pubblico complessivo.
Eppure, sugli Enti territoriali il Governo ha caricato il 49% della manovra netta nel 2011 e il 32% nel 2012, sempre al netto della sanità.
Il taglio dei trasferimenti, particolarmente duro per le Regioni, avrà una prima conseguenza: dato il blocco dell’autonomia impositiva, si ripercuoterà sui servizi per i cittadini e le imprese e sugli investimenti pubblici locali. Meno trasporto pubblico locale, meno formazione professionale, meno servizi sociali, meno risorse per il sistema produttivo.
La seconda conseguenza sarà quella di incrinare il processo di attuazione del federalismo fiscale. Teoricamente i tagli non dovrebbero essere contabilizzati nella fiscalizzazione dei trasferimenti. In realtà, i numeri della manovra sono confermati anche nel 2013, ed entreranno direttamente in collisione con i decreti attuativi della legge 42 del 2009.
A poco serviranno gli emendamenti approvati in Senato: chiedere ai sindaci e ai governatori di decidere autonomamente la ripartizione dei tagli a parità di saldi è una presa in giro che nulla ha a che fare con un’attuazione seria e ordinata del federalismo fiscale.

Signor Presidente,
dopo aver subito la peggiore recessione dal dopoguerra l’Italia avrebbe bisogno di una politica economica capace di tenere assieme rigore nei conti, sviluppo sostenibile ed equità sociale.
Nella manovra del Governo questo punto di equilibrio è totalmente assente. La focalizzazione sul solo riequilibrio dei conti rischia di compromettere la crescita e di aggravare le disuguaglianze. E poiché i parametri di finanza pubblica hanno il PIL come denominatore, anche i risultati su quel fronte rischiano di essere inferiori alle attese.
Il PD nelle scorse settimane ha presentato una serie di proposte che delineano un indirizzo politico alternativo a quello del Governo.
Vorrei soffermarmi su quattro elementi:
1. l’avvio della riforma fiscale: va iniziato un processo di redistribuzione del carico fiscale dal lavoro, impresa e famiglie verso evasori, rendite finanziarie ed attività altamente inquinanti. E’ un’operazione che si può fare a costo zero, ma che può avere un impatto significativo sulla crescita e sull’equità sociale.
2. Le liberalizzazioni possono mettere carburante a costo zero nel motore dell’economia italiana. Il dibattito sulla modifica dell’art. 41 della Costituzione era solo fumo negli occhi. Il PD ha proposto invece un pacchetto molto più concreto di liberalizzazioni: carburanti, medicinali, ordini professionali, gas, commissione di massimo scoperto, avvio attività imprenditoriali. Su queste proposte sfidiamo il Governo
3. Enti locali: la manovra va alleggerita, rivedendo il Patto interno di stabilità e anticipando l’attuazione di alcuni elementi del federalismo fiscale
4. Scuola, ricerca, innovazione: la Germania ha messo in atto una manovra simile a quella italiana come dimensioni complessive. La differenza sta nella qualità della manovra: in un contesto di tagli per 80 miliardi di euro, il governo federale tedesco ha aumentato di 12 miliardi gli stanziamenti per il sistema scolastico e formativo. Noi continuiamo ad andare nella direzione opposta, impoverendo e indebolendo progressivamente il nostro sistema scolastico e universitario. E’ una politica miope, che compromette le possibilità di crescita per il futuro.

Ho concluso.
In questa manovra non c’è un vero progetto di sviluppo, non c’è alcuna idea per favorire una ripresa stabile e duratura dell’economia italiana.
E’ una manovra figlia della crisi del centrodestra italiano. Figlia della fase terminale di una stagione politica.
Nel 2001 PDL e Lega Nord promettevano agli italiani “un nuovo miracolo economico” e “meno tasse per tutti”.
Nel 2009 il reddito pro-capite degli italiani è crollato, in termini reali, ai livelli del 1999. Sempre nel 2009 la pressione fiscale ha toccato il 43,2%, il livello più alto di tutti i tempi.
E’ anche in questi numeri che si può misurare il fallimento di un progetto e l’esaurimento della spinta di una politica.
Sono maturi i tempi per un cambiamento. A partire dalla politica economica e sociale.


Manovra finanziaria: il mio intervento in Aula alla Cameraultima modifica: 2010-07-26T20:03:00+02:00da antmis
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